Mosca Cieca

Ricordate il gioco Mosca cieca? Si bendavano gli occhi del prescelto che doveva afferrare almeno uno dei compagni di giochi e indovinare la sua identità. Il tutto era reso difficile dall’atteggiamento impertinente dei giocatori che minava non solo l’attenzione del bendato ma anche il suo equilibrio, reso già molto precario dalla vista oscurata.

Perchè questa reminiscenza infantile? Perchè il PerSo con i suoi eventi continua ad essere un gioco che svela mondi ignoti. E proprio la nuova rassegna di film “Visioni del reale” è dedicata al mondo che non si vuol vedere. Se vi interessa far cadere il velo che appanna la vista e scoprire insieme a noi nuove realtà, vi invitiamo giovedì 12 novembre a partecipare alla terza edizione di Visioni del reale, rassegna cinematografica realizzata da Monimbó Bottega del Mondo in collaborazione con il PerSo – Perugia Social Film Festival. Quattro proiezioni che si svolgeranno in quattro giovedì consecutivi al Nuovo Cinema Méliès di Perugia in via della Viola.

La rassegna nasce per rafforzare la consapevolezza verso grandi temi globali di attualità come la lotta alla povertà, lo sfruttamento delle risorse naturali o la cooperazione internazionale. Ma anche per accendere riflessioni legate allo sviluppo umano, alla promozione dell’emancipazione delle donne, al rapporto tra salute e mercificazione del cibo, all’azione delle multinazionali nel sud del mondo nonché alla difesa dei territori e dell’ambiente da parte di comunità resistenti.

Quattro date per quattro film di spessore con il PerSo Social Film Festival che continua alla grande! Il 12 novembre – Have You Seen the Arana? di Sunanda Bhat; il 19 novembre – Bring the sun home di Chiara Andrich e Giovanni Pellegrini; il 26 novembre – Sugar Blues di Andrea Culkovà; il 3 dicembre – Capo e croce (le ragioni dei pastori) di Marco Antonio Pani e Paolo Carboni. Per saperne di più vi invito a spulciare il sito ufficiale del PerSo.

Visioni-del-reale_logo

La vita non è un film

E’ proprio vero che le cose belle fanno presto a finire. Ci si abitua ad averle nella propria vita in maniera così semplice e naturale che si pensa possano durare per sempre. Questa prima edizione del PerSo è stata per me tutto questo, un appuntamento quotidiano con l’infinita bellezza di un mondo spesso troppo dimenticato, ma che è pur sempre il nostro, capace di farsi spazio, pellicola dopo pellicola, nelle azioni e nei pensieri di tutti coloro che come me hanno condiviso questo evento, riscoprendosi ogni giorno un po’ più ricchi, un po’ più veri.

Sono state tante le proiezioni che ho amato in questi dieci giorni di Festival, e ognuna è riuscita a regalarmi qualcosa di unico, di inestimabile, qualcosa a cui assuefarsi è facile e spesso involontario: la gioia di vivere. Perché è impossibile rimanere indifferenti a certe storie, siano esse felici o infelici, dure o semplicemente vere. “La vita non è film”. Ho sentito così spesso questa frase che non riesco più a capirne il senso. A dire il vero, forse non l’ho mai capito. Sarà che ho sempre pensato che siamo noi gli artefici del nostro destino, che niente è davvero impossibile, e che se questa vita non è un film è perché noi non vogliamo che lo sia. C’è differenza tra confusione e rassegnazione, c’è differenza tra chi la vita la vive e chi la guarda soltanto passare. In queste intense giornate ho avuto il privilegio di vivere molteplici vite: Sono stata una danzatrice indiana in cerca di libertà, un operaio delle acciaierie che combatte le sue battaglie, sono stata medico, paziente, bambina, anziana, sono stata ognuno di loro e in ognuna delle storie raccontate ho intravisto qualcosa della mia esistenza. Ognuno ha il diritto di vivere appieno quello che è realmente, allo stesso modo ciascuno di noi ha il dovere di santificare ogni suo giorno, evitando di sprecare quel tempo così tanto prezioso che ci è stato concesso.

La vita non è un film ma potrebbe esserlo. Tutti hanno una storia da raccontare.

Il PerSo è stato per me uno splendido contenitore di anime impresse su pellicola. Spesso la fine non è altro che un nuovo, entusiasmante inizio.

Il cielo sopra Perugia

Perugia, anni dieci. Si aggirano per la città innumerevoli volatili non propriamente visibili da tutti. Si tratta delle spie del PerSo che stanno verificando che tutti si stiano preparando per parteciapre alla penultima giornata di proiezioni.

E allora prendete il borsello, un cappello e l’ombrello (il cambiamento climatico porta con sé raffiche di vento alternate a sbalzi di temperatura improvvisi) e raggiungeteci. Il festival volge al termine ma ha ancora molto da offrire e l’opportunità di fare una scorpacciata di film è imperdibile. Tutto avverrà al PostModermissimo e al cinema Meliès di Perugia.

Al PostModernissimo a partire dalle 10.00 sarà un susseguirsi di cortometraggi, lungometraggi e promo in concorso. Il pubblico potrà votare, come sempre, indicando il grado di preferenza del film sulle schede consegnate dai volontari del PerSo all’ingresso della sala di proiezione. Dunque nessun televoto tranquilli ma simpatiche e tangibili schede di cartoncino e utilissime penne da impugnare con rigoroso rispetto.

Al cinema Méliès in via della Viola, 1 alle 11.00 Workingman’s Death, di Michael Glawogger (Retrospettiva Lavoro) e alle 14.30 San Clemente, di Raymond Depardon (Retrospettiva Cinema della Follia). Al PostModernissimo alle 22.40 sarà proiettato Viva la Libertà (Retrospettiva Andò). A seguire il dibattito con il regista Roberto Andò, presidente della giuria ufficiale del Perugia Social Film Festival.

Sono le ultime ore di un festival che ci ha accompagnato alla scoperta di nuovi mondi. Un viaggio alle volte delicato, alle volte spietato. Un viaggio ironico e mai scontato. E visto che sul finire fa capolino una sorta di… che non vorrei trasmettere vi saluto con un imperativo minaccioso: venite al PerSo! Altrimenti ci arrabbiamo.

The addiction

La bellezza del PerSo? Andare al cinema di mattina, uscire all’ora di pranzo e consumare una pita greca con una persona conosciuta tra una proiezione e l’altra, che ti racconta un po’ di sé e ascolta un po’ di te. La bellezza del PerSo? Attraversare le strade di Perugia a piedi con calma cogliendo simpatici particolari (vedi foto allegata via Enrico Ghezzi). La bellezza del PerSo? I film ovviamente e i dibattiti che prendono vita dopo le proiezioni in compagnia dei registi, dei montatori e dei protagonisti dei racconti.

I dibattiti che svelano le anime di chi li anima perchè da una domanda si riesce a percepire un pezzetto dell’Io di chi la pone. Un sano confronto esige pareri discordanti. Evviva le opinioni differenti, evviva le differenze! Alle volte però certe opinioni stordiscono. Il film “La malattia del desiderio” ha portato alla luce l’idea di chi, senza mezzi termini, ha esplicitato la sua insofferenza verso il mondo delle dipendenze e ha espresso un giudizio negativo verso chi tenta, con il proprio lavoro, di aiutare chi desidera salvarsi.

Difficile dunque comprendere parole dure. Ma proprio quando la porta è sbarrata mi scatta l’irrefrenabile desiderio di trovare la chiave e scoprire cosa si cela dietro quella porta. Conoscere il percorso di vita e di esperienze che hanno portato una persona a sviluppare un giudizio così categorico. Mi sarebbe piaciuto fare delle domande per capire l’origine di tanta rabbia, ma non è stato possibile. Purtroppo la persona in questione è svanita nel labirinto di vicoli di questa antica città. E allora il PerSo è anche questo. Un pizzico di tristezza. Vuoi la visione di un film che manifesta il dolore di chi cade nella dipendenza da sostanze stupefacenti e la frustrazione di chi vuole essere di aiuto ma non sempre riesce nel suo intento, vuoi il giudizio spietato di uno sconosciuto che non concede risposte.

E allora caro sconosciuto con il dolcevita nero, vorrei tanto rincontrarla per chiederle cosa è successo dietro quella porta.

Anita: Quando il sogno è più forte di ogni cosa

C’è buio in sala. La platea attende, un nuovo film sta per cominciare. Qualcuno vocifera lì accanto, qualcun altro ride, gli altri semplicemente aspettano. I minuti passano, le parole anche, arriva il silenzio. E poi lei. Un volto scuro, fa capolino dallo schermo, il suo sguardo fiero taglia l’aria. E’ Anita. Per la famiglia, Shanti. La musica si alza, le immagini di un’India colorata e controversa ti s’imprimono negli occhi e anche la sala sembra vivere di nuova vita. C’è emozione, c’è voglia di vederla ancora, Anita, c’è voglia di vederla ballare. Perché quando lei balla, vorrebbero mettersi a ballare anche le pietre. Dall’odio possono nascere le più grandi passioni, le stesse che diventano il tuo motivo di vita. Questo è quello che è capitato a lei, danzatrice per obbligo, artista per scelta, costretta ad esibirsi per sostentare la sua famiglia prima e quella del marito poi. Una donna, due anime, un solo desiderio: raggiungere l’Europa, l’Occidente, l’emancipazione.  Quella vera. Perché non tutti siamo uguali, il mondo si divide ancora in quelli che credono nei propri sogni e in chi invece non fa altro che distruggerli. Per un attimo ho pensato a come sarebbe stato trovarsi in una situazione del genere, una condizione tribale, distante, ma pur sempre reale, in cui ancora troppe donne si ritrovano costrette a vivere. Avrei avuto la sua forza di combattere? Avrei avuto la sua abilità nel trasformare il sangue in oro e l’oro in sogno? Vorrei essere come lei, vorrei vederla volare su quel palco, quello della vita che ha sempre sognato, e stringerle le mani, sentirla vicino. C’è così tanto da migliorare in questa società, che a volte verrebbe la voglia di gettare la spugna. Sono le passioni a salvare le persone, sono i desideri inespressi, quelli più profondi. E’ la speranza che un giorno, in un altro tempo, in un altro spazio, potremo davvero abbandonare le armi, sederci sul ciglio della vita e godere del calore della nostra vittoria.

Ho sognato ieri al PerSo, ho sognato ad occhi aperti. Un sogno collettivo, un viaggio che ognuno di noi ha fatto, senza nessun biglietto da pagare, nessuna pesante valigia da portare. Il cinema può tutto. La fantasia anche di più.

Un bacio guarisce tutto…

A volte mi chiedo se ogni domanda abbia effettivamente una risposta. E quando mi capita, dopo essermi arrovellata il cervello per ore a cercarne una, finisco sempre con il pormene un’altra: perché dovrebbe per forza essere così? Perché cerchiamo sempre di dare un ordine alle cose, di catalogare emozioni e sensazioni, come se non ci bastasse sentire i brividi sulla pelle, ma avessimo per forza bisogno di dargli un nome, un’etichetta? Farsi delle domande è umano, così come umano è non trovare niente che assomigli a qualcos’altro. Ogni momento è unico, ogni minuto una scommessa contro il passato, contro il futuro. Non pensavo di poter provare tutto questo in un solo pomeriggio. E invece è stato esattamente così. Ieri, al cinematografo Sant’Angelo, seduta nel mio cantuccio, con la macchina fotografica sulle gambe e il taccuino in mano, mi sono sentita spaesata, ammaliata, conquistata, dalla miriade di persone, storie e sensazioni che hanno attraversato lo schermo in occasione di questa quarta giornata di PerSo. E allora ho capito. Questo festival è più che una semplice rassegna, è una porta sul mondo, un mondo fatto di persone piccole e persone grandi, che ogni giorno combattono, vivono, amano e si perdono, proprio come me. “Un bacio guarisce tutto”. Improvvisamente  eccola, sullo schermo, questa semplice frase. E’ in onda The Machine di Mafalda Marques, e puoi quasi sentirli sospirare gli spettatori in sala, puoi quasi vederli quei baci, quei volti di tutti coloro che abbiamo amato e che forse abbiamo perso, forse abbiamo accanto, pronti stringerci la mano e a ricordarci che è vero, che l’amore può su tutto, e che, un bacio a volte, è la cura migliore.

 Se Perdervi nelle emozioni è ciò che volete, provate a fare un salto oggi al Post Modernissimo e ditemi se non ho ragione. Rimarrete stupiti, vedrete.

Storie di ordinaria…

Il PerSo è cultura del sociale. Tanti temi in questi primi giorni: l’autismo, il disagio giovanile, la solitudine, il malessere, i pregiudizi, l’amore, le separazioni, l’amicizia e poi la follia. Il Perugia Social Film Festival dedica a questo argomento una retrospettiva intitolata Il cinema della follia. I film sono fuori concorso ma non per questo suscitano meno attenzione da parte del pubblico. Il bello delle retrospettive sta nella visione spensierata perché non condizionata dal germe della competizione. E quando viene proiettato un film che racconta le storie di persone che hanno vissuto una vita non proprio semplice, allora ti verrebbe voglia di andare nei luoghi in cui è stato girato il documentario e abbracciare i protagonisti, fosse solo per il fatto che resistono nonostante il gran casino che gli è capitato oppure perchè sono maledettamente saggi e lucidi nelle loro dichiarazioni. E il film Per Ulisse di Giovanni Cioni, in replica mercoledì 23 al PostModernissimo di Perugia, ci ha permesso di fare amicizia con un fornito gruppo di picchiatelli (che nessuno si offenda! Tranquilli, uso questo termine con profondo affetto e innocente ironia, prendendolo in prestito da Randle Patrick McMurphy – Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo – che lo usa nella scena in cui incoraggia i suoi compagni a spassarsela durante un’esilarante gita in barca). Scusate ma il cinema fa questo effetto. Continui rimandi a immagini, scene e personaggi che hanno lasciato il segno nella tua esistenza.

Si parlava del documentario di Giovanni Cioni, ambientato nel Centro di socializzazione Ponterosso di Firenze. Il film segue la quotidianità di ex tossicodipendenti, persone uscite dal carcere, persone senza fissa dimora o in carico ai servizi di salute mentale. Come Ulisse che torna alla sua terra dopo innumerevoli peripezie, gli ospiti della struttura di accoglienza sono i naufraghi che tornano alla loro vita dopo viaggi nel buio. Si raccontano, suonano, cantano, camminano schiacciando foglie secche e nel mentre lo fanno raccontano a se stessi, al regista e a noi che proprio quel suono, lo scricchiolio delle foglie, ha segnato nella loro vita l’inizio del profondo malessere depressivo. Non perdetevelo!

Il tema della follia mi porta a segnalare un fatto di cronaca letto proprio questa mattina. Sì, lo so, forse andrò un po’ fuori gli schemi di scrittura ammessi in un blog ma vi assicuro, sarò breve. In Italia legge di riforma degli ospedali psichiatrici giudiziari, la n. 81 del 30 maggio 2014, stabiliva la chiusura dei cinque opg (Aversa, Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia e Montelupo Fiorentino) entro marzo 2015. Ebbene ad oggi sono 226 le persone ancora internate nei cinque ospedali psichiatrici giudiziari italiani. Stop.